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Seed Connections: intervista a Giulio Stocco

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Altro giro, altro professionista di grande esperienza ai “microfoni” delle nostre Seed Connections.

Con Giulio Stocco, esperto di e-commerce e digital business, abbiamo parlato di ciò che le imprese retail – e non solo – dovrebbe implementare per essere più efficienti. AI inclusa.

Immagine di Giulio Stocco
Giulio Stocco

Giulio Stocco è un professionista del marketing e dell'ecommerce con oltre 14 anni di esperienza maturata in contesti internazionali. Oggi in B2Vibe supporta le aziende nell'abilitazione e sviluppo di canali di vendita digitali, unendo visione strategica, approccio data-driven e responsabilità diretta sui risultati di business

Oggi, nel 2026, quale pensi sia la priorità più grande per le imprese?

È una domanda che mi faccio spesso anch’io, e la risposta che mi sono dato, almeno per ora, è questa: più che cercare lo strumento giusto, la priorità vera è fermarsi e guardare dentro il proprio modello di business con onestà. Capire dove si può fare meglio, dove si spreca energia, dove un’infrastruttura AI potrebbe davvero aiutare. Non in astratto, ma in modo concreto e consapevole. La mia impressione è che molte aziende stiano ancora approcciando l’AI come una serie di tool da attivare, piuttosto che come un cambio di paradigma strutturale.

Il rischio è di mettere una pezza digitale su un processo che andrebbe ripensato. Quello che vedo come prioritario è invece costruire un’architettura: capire come integrare questi strumenti in modo coerente con la propria realtà, con i propri processi, con le proprie persone. In questo senso, figure che sappiano progettare, realizzare e governare queste infrastrutture, mi sembrano sempre più rilevanti. Si tratta della direzione che trovo più interessante da esplorare. La differenza, a mio avviso, sta nel diventare chi guida il cambiamento piuttosto che chi lo subisce. Anche se riconosco che non è sempre facile distinguere le due cose dall’interno“.

AI e marketing: contenuti, dati o automazione, qual è l’uso a tuo avviso più utile e come la stai usando concretamente in azienda?

Qui si apre davvero un mondo: tutto si muove così velocemente che a volte faccio fatica ad assimilare i cambiamenti prima che ce ne siano di nuovi. Ho visto cose straordinarie, soprattutto in contesti dove c’è una maggiore propensione culturale all’innovazione (Cina e USA, ad esempio), che mi lasciano con la bocca aperta. Nel mio caso personale, l’uso che trovo più utile è un mix tra “sparring partner” e “braccio operativo”. L’AI mi aiuta a strutturare il lavoro, analizzare dati, realizzare output completi.

Sarà per la mia natura da Millennial, ma non è qualcosa che delego completamente (non ancora, almeno) anche perché capita che l’output non mi convinca del tutto. E anche qui mi chiedo: il problema sta nello strumento o nel modo in cui ho impostato la domanda? Quello che posso dire con una certa sicurezza è che attività che prima mi richiedevano una giornata intera oggi le faccio in poche ore. Non è un risultato spettacolare sulla carta, ma nella pratica e nel quotidiano cambia molto. È un guadagno di produttività reale, e per me, in questo momento, è già moltissimo“.

Se potessi avere un assistente AI personale che fa una sola cosa per te ogni giorno, cosa gli faresti fare?

Devo essere onesto: ho ancora un certo istinto “DIY”, ergo mi piace capire le cose facendole, anche quando sarebbe più efficiente delegare e più veloce farlo fare all’AI. Quindi, questa domanda mi ha fatto riflettere un po’. 

Se dovessi scegliere una cosa sola, gli chiederei di aiutarmi a stare al passo con il mondo, non in senso generico, ma in modo selettivo. Aggregare, filtrare e sintetizzare informazioni su tematiche specifiche che mi interessano: il digitale, le dinamiche di business, ma anche la filosofia, la geopolitica, tutto ciò che aiuta a leggere (o almeno avere l’illusione di farlo) i cambiamenti prima che diventino evidenti. 

Non voglio un’app di news qualunque. Vorrei qualcosa che posso costruire io, con le fonti che scelgo, con i criteri che definisco. È la stessa logica della prima risposta, in fondo: preferisco provare a governare lo strumento piuttosto che essere guidato da esso. Almeno fintanto che questo sarà possibile“.

Ai giovani che iniziano ora: che ruolo deve avere l’AI nel loro “toolbox” di competenze? E quale skill “umana” resterà comunque insostituibile?

È una domanda su cui mi sento abbastanza limitato, perché non sono circondato da ventenni o sedicenni tutti i giorni; quindi, parlo più per “immedesimazione” (alla fine, ci sentiamo un po’ tutti ancora ventenni, no?) che per osservazioni dirette.  

L’opinione che ho a riguardo è che la skill umana che vedo come più difficile da replicare è l’empatia, principalmente nelle sue componenti cognitiva (in primis) ed emotiva: la capacità di leggere i pattern del cambiamento sociale partendo dall’umano. Osservazione, ascolto, adattamento che portano anche a farsi una domanda in più, chiedersi sempre il perché delle cose, non accettarlo passivamente: questa mi sembra la competenza più importante da coltivare, qualunque sia lo strumento che si usa. Sono cose che sembrano ovvie ma che nella pratica diventano sempre più rare. 

Sul ruolo dell’AI per i giovani, la cosa che mi preoccupa di più, e mi rendo conto che potrei sbagliarmi, è il rischio di usarla come scorciatoia senza sviluppare un pensiero critico proprio. L’AI dovrebbe essere un aiutante, non una guida. Ma sono sicuro che se viene sviluppato l’approccio critico di cui sopra, l’AI sarà sicuramente tra i migliori compagni di viaggio per i giovani nel loro percorso lavorativo e formativo“.

Guardando al tuo percorso, qual è stata la scelta più coraggiosa che ti ha portato dove sei oggi?

Ci ho pensato un po’, e la risposta che mi viene è forse meno spettacolare di quello che ci si aspetta. Non c’è stata una singola svolta coraggiosa, una scelta epocale. C’è stata, piuttosto, una scelta che si ripete: mettersi davanti a uno specchio ogni giorno e cercare di mettersi in discussione, individuare i propri bias. Non per eliminarli, perché sarebbe impossibile, ma per riconoscerli e gestirli. Significa essere disposto a cambiare idea, a imparare da persone che ne sanno più di me, a entrare in contesti nuovi senza la presunzione di aver già capito tutto. Mi permetto una citazione: si tratta di una frase che mi aveva colpito molto di Shunryu Suzuki in “Zen Mind, Beginner’s Mind” e recita “In the beginner’s mind there are many possibilities, but in the expert’s mind there are few”.

È una postura che espone, perché chi non mostra certezze sembra meno solido. Ma è quella che, guardando indietro, mi ha aperto le porte più interessanti e mi ha permesso e permette ancora di vivere il mio percorso con serenità“.

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