Seed Connections: intervista a Sonia Rosso
Le Seed Connections riprendono anche le nostre voci interne.
Oggi diamo la parola a Sonia Rosso, una delle colonne del team di PM di Seed, per sentire la sua opinione su AI, competenze e strategia.
Sonia Rosso
Head of Project Management con più di 10 anni di esperienza nella gestione di progetti complessi e internazionali per differenti mercati e settori: food & beverage, fashion, design, automotive, elettronica e organizzazioni no profit.
Sonia coordina progetti Digital a 360 gradi, dall’ideazione della strategia su tutte le diverse aree fino al raggiungimento dei KPI’s concordati, attraverso il controllo e la gestione di tutte le attività, e il monitoraggio dei risultati mediante la costante analisi dei dati.
Oggi, nel 2026, quale pensi sia la priorità più grande per le imprese?
“Il 2026 è un anno in cui le regole del gioco stanno cambiando su tutti i fronti contemporaneamente: i modelli di business, i canali, i touchpoint con i clienti. L’AI sta ridisegnando interi processi ma il rischio vero che vedo nelle aziende non è restare indietro tecnologicamente: è credere che la tecnologia da sola basti.
Perché alla fine, in mezzo a tutto questo cambiamento, c’è una costante che non muta mai: le persone scelgono i brand/le aziende di cui si fidano, in cui si riconoscono. In un ecosistema in cui i contenuti proliferano, i modelli AI generano risposte prima ancora che l’utente clicchi su un sito e la competizione per l’attenzione è altissima, il brand è l’unico asset che non può essere replicato o automatizzato. È ciò che trasforma un contatto in un cliente e un cliente in qualcuno che ti raccomanda.
La vera priorità del 2026 non è scegliere tra innovazione e reputazione, ma è capire che sono due facce della stessa medaglia. Chi investe solo sugli strumenti senza curare la relazione con le persone costruisce qualcosa di fragile. Chi invece usa la tecnologia per amplificare un’identità forte e riconoscibile sta costruendo qualcosa che dura“.
AI e marketing: contenuti, dati o automazione, qual è l’uso a tuo avviso più utile e come la stai usando concretamente in azienda?
“Se devo scegliere una sola delle tre, dico i dati, ma non nel senso che ci si aspetta. Non si tratta di averne di più: di dati ne abbiamo già fin troppi. Il vero problema, in questo momento, è il tempo che ci vuole per trasformarli in qualcosa di utile. Raccogliere, incrociare, calcolare, sintetizzare, tutta la parte più meccanica dell’analisi è da sempre quella che assorbe più energie e lascia meno spazio al ragionamento strategico. Ed è esattamente lì che l’AI fa la differenza più concreta.
Quello che ho visto funzionare meglio in azienda è proprio questo: usare l’AI per accelerare drasticamente quella fase di elaborazione, ridurre da ore a minuti ciò che prima richiedeva cicli lunghi di estrazione e sintesi, per arrivare prima alle domande che contano davvero. Perché il valore non sta nel dato in sé, sta nell’interpretazione. E più velocemente si supera la parte meccanica, più tempo e lucidità rimangono per la parte in cui l’intelligenza umana è ancora insostituibile: capire cosa ci sta dicendo quel dato, e decidere cosa farne“.
Se potessi avere un assistente AI personale che fa una sola cosa per te ogni giorno, cosa gli faresti fare?
“Gli chiederei di tenermi aggiornata su tutto ciò che può essere rilevante per me.
Ogni mattina mi sveglio sapendo che da qualche parte c’è qualcosa che dovrei leggere e che non leggerò mai, perché il tempo non basta. Quindi gli chiederei di fare una cosa sola, ma fatta bene: ogni giorno, un aggiornamento diviso in due parti. Una dedicata agli aggiornamenti lavorativi, le cose che devo sapere per fare meglio il mio lavoro, i paper e i post che vale la pena leggere, le novità che devo assolutamente conoscere. L’altra dedicata alla sfera personale: gli eventi, le notizie, le cose che possono interessarmi e arricchirmi al di fuori dell’ufficio. Non dieci voci per sezione, tre al massimo già opportunamente selezionate, altrimenti torniamo al punto di partenza. Con una riga che spiega perché mi riguardano. Semplice da leggere, impossibile da ignorare. Quello sarebbe il mio assistente ideale, non uno che lavora al posto mio, ma uno che mi aiuta a non perdere le cose che contano“.
Ai giovani che iniziano ora: che ruolo deve avere l’AI nel loro “toolbox” di competenze? E quale skill “umana” resterà comunque insostituibile?
“L’AI deve essere uno strumento, non un pilota automatico. La differenza è sottile ma fondamentale. Uno strumento lo usi con intenzione, lo controlli, lo metti giù quando non serve. Il pilota automatico invece prende il controllo e a quel punto non stai più guidando tu. Il rischio che vedo nei più giovani, e lo dico senza voler fare la solita predica, è delegare il pensiero invece che il lavoro. L’AI è bravissima a produrre output, ma non ha punti di vista. Non ha la capacità di chiedersi “ma questo ha senso per questo cliente specifico, in questo mercato, in questo momento?” Quella domanda deve restare umana.
La skill umana che resterà insostituibile per me è la creatività, la capacità di rompere gli schemi, di vedere connessioni dove gli altri non le vedono, di arrivare a quella soluzione che lascia tutti a bocca aperta. La creatività è quella trovata geniale, quell’angolatura inaspettata che cambia completamente la prospettiva, e può venire solo da una mente umana che osserva, immagina, prova emozioni. E per quanto l’AI sia straordinaria nel combinare ciò che già esiste, il vero lampo creativo, quello che stupisce e che rompe il prevedibile, è ancora territorio nostro“.
Guardando al tuo percorso, qual è stata la scelta più coraggiosa che ti ha portato dove sei oggi?
“Cambiare completamente lavoro. Ho studiato archeologia e lo dico sempre con un certo piacere, in primo luogo perché è qualcosa che ho studiato con immenso piacere e passione, ma anche perché la reazione delle persone è sempre divertente. Ma a un certo punto ho capito una cosa: ero affascinata dall’idea di ricostruire il passato, ma quello che mi dava davvero energia era capire dove andava il futuro. E il digitale, in quel momento, era il posto più vivo del mondo. È stata una scelta di cui non mi sono mai pentita“.


