Seed Connections: intervista a Ivana Savarese
Seed Connections torna con un focus sul mondo luxury.
Con Ivana Savarese abbiamo parlato dell’importanza di definire correttamente il proprio brand e di come l’AI sia un amplificatore di competenze che non deve mai disumanizzare il lavoro.
Ivana Savarese
Da oltre sette anni, Ivana lavora nella costruzione e nello sviluppo di brand nei settori luxury, fashion e lifestyle, occupandosi di strategie di posizionamento e della creazione di ecosistemi di comunicazione pensati per aumentare la desiderabilità dei marchi e generare crescita misurabile.
Il suo lavoro si colloca all’intersezione tra posizionamento strategico del brand e rilevanza culturale, traducendo visione e identità in risultati concreti. Nel corso della sua carriera ha guidato campagne globali e iniziative integrate in cui direzione creativa e performance di business lavorano in sinergia, operando nel punto di incontro tra brand, cultura e crescita per costruire marchi non solo visibili, ma distintivi e competitivi.
Oggi, nel 2026, quale pensi sia la priorità più grande per le imprese?
“Capire con chiarezza cosa si vuole essere sul mercato. Una delle difficoltà principali per molte aziende è il passaggio da marchio a brand, cioè dal vendere un prodotto a creare un’identificazione e diventare uno status per il cliente finale. Questo percorso è molto delicato, soprattutto nel mondo del Made in Italy, dove le realtà artigianali operano ancora con logiche su richiesta, indebolendo la coerenza del posizionamento.
Definire con precisione anche cosa non sei e quale cliente non vuoi intercettare è fondamentale per costruire un brand forte e coerente. Solo così si riesce a creare un posizionamento chiaro sul mercato“.
AI e marketing: contenuti, dati o automazione, qual è l’uso a tuo avviso più utile e come la stai usando concretamente in azienda?
“L’AI oggi è un supporto molto utile in molte attività, dalle piccole attività quotidiane come scrivere una mail fino a task più complessi. Il fatto che velocizzi i processi non significa però disumanizzare il lavoro: al contrario, può diventare quasi un collega in più. Naturalmente va allenata bene e bisogna sempre mantenere uno spirito critico verso ciò che produce.
Per le aziende più piccole può essere uno strumento ancora più potente, perché permette di ampliare le capacità del team, offrendo spunti e stimoli in diverse fasi del lavoro. Allo stesso tempo, senza intermediazione umana ed expertise il risultato rischia di essere piatto: uno dei pericoli è che i brand finiscano per comunicare tutti allo stesso modo“.
Se potessi avere un assistente AI personale che fa una sola cosa per te ogni giorno, cosa gli faresti fare?
“Lo userei soprattutto per gestire la relazione con chi non conosce a fondo i temi di cui mi occupo. Sarebbe molto utile se l’AI potesse aiutarci nel lavoro di education verso clienti o interlocutori, che magari hanno poca familiarità con il digitale.
Potrebbe essere un supporto prezioso anche per diffondere il know-how all’interno delle aziende e facilitare l’adozione interna degli strumenti. Ma è fondamentale che le persone capiscano davvero cosa stanno facendo e perché: la tecnologia da sola non basta“.
Ai giovani che iniziano ora: che ruolo deve avere l’AI nel loro “toolbox” di competenze? E quale skill “umana” resterà comunque insostituibile?
“I giovani che entrano oggi nel mondo del lavoro, soprattutto nel digital, devono necessariamente conoscere e saper utilizzare l’AI. Anche se poi decidessero di usarla poco, è importante che conoscano quali strumenti esistono e per quali finalità possono essere utili, tenendosi aggiornati in un contesto che evolve ogni giorno.
Allo stesso tempo non devono perdere la componente umana del lavoro: il senso critico resta fondamentale. Bisogna sempre mettere in discussione ciò che produce la macchina e non dare mai per scontata la veridicità delle risposte“.
Guardando al tuo percorso, qual è stata la scelta più coraggiosa che ti ha portato dove sei oggi?
“Sicuramente il mio pezzo di vita a New York. È stata una scelta impegnativa, ma estremamente formativa sia a livello personale che professionale. Lavorare nel digital, se vuoi essere sul pezzo, ti obbliga ad essere sempre up to date. A non perdere mai l’ambizione e a rimetterti sempre in gioco perché quello che oggi è verità, domani potrebbe essere già nel passato. Tutto cambia molto velocemente. In città come New York il ritmo è molto alto: o corri, oppure rischi di rimanere indietro. The city that never sleeps e dove ogni giorno è quello buono to do it right.
Questo però ti dà anche un grande vantaggio competitivo“.


